Elisabetta Polezzo

Elisabetta Polezzo

30/07/2021
Con Elisabetta Polezzo all’inaugurazione di “Naufraghi e Naufragi all’Acquario Civico di Milano

Il naufragio è un evento violento.
L’etimologia stessa della parola ne è la conferma. Navis frangere è inequivocabilmente riferito a qualcosa che si spezza, che si rompe, che viene distrutto. Naufragano le navi ma anche i sogni, le unioni, i progetti.
Nella storia dell’uomo – di cui la navigazione è parte essenziale -moltissimi sono i navigatori ma altrettanti i naufraghi, figure tipiche e ancor più topiche strettamente correlate al fallimento in mare.
Uno fra tutti, forse il più famoso, è Odisseo. Punito da Poseidone per averne accecato il figlio Polifemo, Odisseo l’ingegnoso, il luminoso, il ricco di risorse, approda semi sommerso dalle onde del mare – con la sua zattera di fortuna – sulle spiagge di una terra sconosciuta e straniera. Qui, soccorso e accolto dal popolo dei Feaci e in primis dalla sua principessa, Nausicaa dalle belle braccia, l’eroe ha modo di operare una sorta di rinascita. Nel corso di un banchetto, ad Odisseo viene chiesto di narrare le vicende della caduta di Troia e raccontando di se stesso, egli si ricostruisce. Quello che la violenza del mare ha tolto, la potenza della parola restituisce potenziato, pulito, consapevole. Il fallimento del viaggio, il suo spezzarsi contiene già i semi della rinascita, la germinazione di una nuova vita, una nuova meta. Il ripetersi costante in tutta la letteratura mondiale del tema dell’affondamento in mare, dell’inabissarsi tra le onde, parla da sé dell’importanza simbolica di questo avvenimento. Da Omero a Conrad, da Shakspeare a Defoe, passando per la cultura persiana con Sinbad o per quella ebraica con Giona, la nostra è una cultura talasso centrica. Il mare divide e unisce allo stesso tempo, indifferente al destino degli uomini. Perfino all’inizio della vita, per molti di noi, il rito che suggella il nostro affacciarci nel mondo riproduce simbolicamente un annegamento, un essere sommersi dall’acqua per poi riemergere. In fondo il battesimo cristiano altro non è che l’eterna rappresentazione di una fine, messa in scena per essere sconfitta da un inizio. Si viene sommersi soltanto per riaffiorare dopo aver sperimentato e sconfitto la morte.
La lettura dei significati simbolici del viaggio per mare spezzato e interrotto, di cui possediamo l’alfabeto – così come ci è stato consegnato dalla scoperta della psicanalisi – non ci rende certo meno fragili o vulnerabili. Le onde del mare sempre rischiano di sommergerci, quale che sia la nostra consapevolezza di esse. Il simbolo non necessita di ulteriore conoscenza. Parla da sé, da sempre con invariata potenza.
Così succede per le opere di Barbara Pietrasanta. Parlano da sole e nessuna spiegazione le contiene o le giustifica. Le sue donne, vestite con essenzialità, coperte dagli indumenti molli che la vita e la tempesta hanno loro lasciato, hanno sguardi di chi ha molto visto e molto sofferto. Sono di una bellezza livida e segnata ma non sono vinte, abbandonate al loro destino. Hanno mani che si aggrappano a corde, si tengono connesse tra loro. Una certa sorellanza le unisce e, mi piace pensare, le salva. Il mare non ama le donne.
Sono sempre maschili i corpi che, sopravvissuti alla sua furia, vengono risputati a riva, stillanti di acqua salata. Sono sempre di uomo le voci che urlando tentano di sovrastare quella, mille volte più potente, della burrasca di mare. E certo non sono femminili le mani che governano le navi, le direzionano verso una meta.
Laddove in genere il naufrago è un uomo, esse sono invece le protagoniste di qualcosa che le ha viste testimoni. Lo si vede, lo si capisce dalla postura dei loro corpi, dalla loro posizione nello spazio. Invece di scrutare ansiosamente l’orizzonte in attesa del ritorno della nave che riporterà loro l’uomo amato o qualcos’altro di prezioso – come da secoli ci si aspetta facciano le donne – queste femmine la nave l’hanno vista cedere sotto ai loro piedi. L’hanno sentita inabissarsi al largo e sono stare risparmiate. La corda le ha unite e salvate. Una corda che probabilmente ha scorticato il palmo delle loro mani ma che pervicacemente, testardamente ma con tenerezza anche, esse ancora stringono.
Il naufragio, che comincia in superficie ma si compie nell’abisso profondo del mare, che dopo aver provocato concitazione e urla termina in un silenzio profondo e definitivo, quel naufragio stesso diviene, nelle opere dell’artista, memoria e ricostruzione. La ricostruzione di noi stessi ci costringe a dirigerci altrove. Terra ferma, altre mete.

Elisabetta Polezzo