Francesco Poli

Con Francesco Poli, Alka Pande, Remen Chopra e Hema Upadhyay per l’inaugurazione di “Cross Polynations”. Teatro Dal Verme, novembre 2006

La pittura di Barbara Pietrasanta ha caratteristiche figurativamente nitide e precise, ma propone una visione della realtà carica di valenze esistenziali e psicologiche di affascinante complessità, da una prospettiva femminile molto accentuata.

Nella sua ricerca l’artista mette in gioco tutti i principali temi fondamentali legati al senso profondo della vita, dei rapporti fra donne e uomini, e in particolare alla inquietante problematica dell’identità individuale. Due dipinti possono esemplificare molto bene il modo con cui Pietrasanta ha affrontato queste questioni. Il primo, intitolato « Il gioco della vita » ci mostra dall’alto il tavolo di un biliardo dove vediamo una mano con una stecca che sta colpendo una biglia, un’altra mano che sta gettando sul tappeto verde dei dadi, e in basso il busto piegato di donna nuda vista da dietro che appoggia sul tavolo il suo volto. Non c’è bisogno di spiegare il senso di fondo di questa composizione che pur avendo forti connotazioni simboliche si impone visivamente per la sua forza espressiva. L’altra opera, tra le più recenti, è un un insieme di sedici piccole tele unite insieme a formare un polittico unitario. Qui vediamo i volti di una donna e di un uomo, con espressioni tese e inquiete. Un barattolo di vernice rossa separa i due volti. Nelle altre tele compaiono solo delle parole in inglese anche sovrapposte: « why », « who », « when », « they ». Anche qui la questione che viene posta è chiara, ma non non ci sono risposte certe. In alcuni altri dipinti la figura femminile è la sola protagonista. E’ il caso di « Petrolio » in cui un nudo (che ricorda la Venere di Botticelli, ma con i capelli neri) e’ immersa nell’acqua limpida che sta per essere contaminata da una colata di petrolio. E anche di « Ovulation », un chiaro omaggio alla mitologia indiana, dove il nudo femminile inginocchiato ha molte braccia e con le varie mani tiene delle uova, simboli di fecondità e vita. La pittura di Barbara Pietrasanta ha caratteristiche figurativamente nitide e precise, ma propone una visione della realtà carica di valenze esistenziali e psicologiche di affascinante complessità, da una prospettiva femminile molto accentuata. 

Nella sua ricerca l’artista mette in gioco tutti i principali temi fondamentali legati al senso profondo della vita, dei rapporti fra donne e uomini, e in particolare alla inquietante problematica dell’identità individuale. Due dipinti possono esemplificare molto bene il modo con cui Pietrasanta ha affrontato queste questioni. Il primo, intitolato « Il gioco della vita » ci mostra dall’alto il tavolo di un biliardo dove vediamo una mano con una stecca che sta colpendo una biglia, un’altra mano che sta gettando sul tappeto verde dei dadi, e in basso il busto piegato di donna nuda vista da dietro che appoggia sul tavolo il suo volto. Non c’è bisogno di spiegare il senso di fondo di questa composizione che pur avendo forti connotazioni simboliche si impone visivamente per la sua forza espressiva. L’altra opera, tra le più recenti, è un un insieme di sedici piccole tele unite insieme a formare un polittico unitario. Qui vediamo i volti di una donna e di un uomo, con espressioni tese e inquiete. Un barattolo di vernice rossa separa i due volti. Nelle altre tele compaiono solo delle parole in inglese anche sovrapposte: « why », « who », « when », « they ». Anche qui la questione che viene posta è chiara, ma non non ci sono risposte certe. In alcuni altri dipinti la figura femminile è la sola protagonista. E’ il caso di « Petrolio » in cui un nudo (che ricorda la Venere di Botticelli, ma con i capelli neri) e’ immersa nell’acqua limpida che sta per essere contaminata da una colata di petrolio. E anche di « Ovulation », un chiaro omaggio alla mitologia indiana, dove il nudo femminile inginocchiato ha molte braccia e con le varie mani tiene delle uova, simboli di fecondità e vita.

Michele Bonuomo

Che cos’altro c’è da aggiungere al tragico elenco di eccessi da tutti vissuti negli anni appena trascorsi? Forse nient’altro. Abbiamo consumato tutto il consumabile con una furia da antropofagi:con troppa irruenza e con scarsa progettualità abbiamo abbattuti i “muri”. Con sospetta frettolosità abbiamo liquidato le ideologie. Con irriducibile determinazione abbiamo divelto ogni ancoraggio con la storia, e la pittura, esaurito l’ottimismo sfacciato del mercato, non è più la grande coscienza del mondo. Solo per pochi coraggiosi continua ad essere una pratica estrema. Per quei pochi infatti che non hanno più voglia di nascondersi dietro bellurie, falsi miti, vuote provocazioni, sfrontatezze senza eroismi. I gesti esemplari di chi ha messo a repentaglio la propria esistenza, vivendo passioni e tensioni senza ritorno, sono stati equivocati dai più o reinterpretati come brani di una rappresentazione vuota e accademica. Le lacrime, il sangue e lo sperma troppi li hanno acquistati già liofilizzati e consumati nel fast food della banalità quotidiana. E così le luci si sono spente su un palcoscenico da triste avanspettacolo.. Anche le mille luci di New York sono un fioco lumicino che getta ombre sinistre su una tragica solitudine. Barbara Pietrasanta di tutto questo è stata testimone, lo ha sentito sulla sua pelle, lo ha catturato con i suoi occhi voraci. Ma senza cadere in trappola, senza diventarne vittima. Con lucida determinazione, ha messo ordine nelle sue passioni, sezionando come su un tavolo di una morgue i cadaveri delle vittime del suo tempo, i misteri di un eros che non chiede più travestimenti edonistici per far esplodere le contraddizioni, per scompaginare le regole di ipocrite e perbenistiche perversioni. Nelle sue tele i gesti sono calcinati come quelli di un fregio ellenistico, i corpi sono ridotti a brandelli dalla luce gelida di un flash: vivono nel buio e solo per un attimo si rivelano nella loro dimensione visionaria. Con una pittura netta, che non induge a calligrafismi iperealistici, Barbara Pietrasanta mette in atto un gioco costante di spiazzamenti, di situazioni e di significati, di scambi di ruoli tra l’Artista che dipinge e il soggetto rappresentato, in cui solo la pittura è in una posizione di forza. Tutto il resto è messo in discussione. Barbara Pietrasanta forse, ha scelto la strada più difficile, forse la più vulnerabile. Ma l’unica lungo la quale è impossibile barare.

Patrizia Raveggi

Con Patrizia Raveggi alla collocazione della scultura “Don’t look inside” nella Collezione Farnesina.

Barbara, che da Milano attraverso New York da anni sferra le sue risposte (o scaglia i suoi interrogativi: Why? Where? Who? sparsi nella recentissima opera “15 words and a red dot”) ripetendo i temi che l’ossessionano, contro il collasso, la frana, la cancrena con cui il volto della societa’ si manifesta, usando il (proprio o altrui) corpo per filtrare l’attualita’ (la catastrofe epocale incarnata nelle due gemelle di “11 settembre”, la bellezza classica su cui incombe ineluttabile violazione, nella silhouette rinascimentale di “Petrolio”; lo straniamento, spaesamento, solitudine, nel travestito di “Leslie”, la doppiezza nei due profili affrontati (l’angelo della storia di Benjamin?) di “Senza titolo”; la crudelta’ di chi ci e’ vicino, ci giudica e condanna nella farfalla trafitta di “Condominio”) o per ritrarre il rigoglioso respiro del consumismo (il busto leonardesco di Icona 1) unendolo alla natura ed alla storia (“Oltre il muro” Beyond the wall). Nel filo delle trasformazioni, nel maturarsi ed ampliarsi della sua gamma creativa (senza esitare ad usare la tecnica dell’affresco, oggi assai poco frequentata, in un imponente ciclo dedicato alla Via Crucis) e’ riconoscibile la continuita’, il senso del complicato e del molteplice, del relativo e dello sfaccettato che determina in lei un’attitudine di perplessita’ sistematica. Da sempre le opere di Barbara si possono agevolmente leggere in chiave narrativa, ci sono sempre uno o piu’ personaggi – o parti di personaggi- in scena, al centro o ai margini, quella di Barbara non e’ una visione dell’assenza, evita le sfumature ermetiche, si indirizza ad un’espressivita’ il cui apparente realismo si filtra tuttavia di memoria o nostalgia, di un sottile pervasivo senso di precarieta’. L’atteggiamento distaccato, al tempo freddo e struggente, lo sguardo deluso dai rapporti con il mondo che equivale ad uno scacco sul piano pratico, si rivale sul piano della trasfigurazione lirica: Barbara intinge in coloriture indiane lo sfondo di un (auto?) ritratto concepito quando, correva l’anno 2002, l’India era evocata come un’ipotesi dell’irrealta’. All’ India dedica “Ovulation”, connubio fantastico della Dea Kali (in una mitigata versione ad uso occidentale) e simboli di fertilita’, muovendosi cosi’ con fermezza e con largo anticipo verso l’auspicato incrocio e fusione. E’ stato osservato che, volendo a tutti i costi etichettare l’arte contemporanea, la si potrebbe definire come un progressivo processo di disidentificazione e sradicamento rispetto alle proprie tradizioni, un continuo strapparsi dalla propria radice, “nella consapevolezza che la propria radice e’ paradossalmente questo stesso strappo”. Il senso del cammino e’ dunque proprio in questo volontario strappo finalizzato a procedere verso una civiltà fatta di intrecci, incontri e scambi continui tra sponde, popoli, culture, individui, tra colori e suoni diversi. Come le storie narrate, cosi’ le opere d’arte non possono essere chiuse nei limiti di un unico orizzonte; le culture e le tradizioni sono sempre luoghi di traduzione e di trasformazione e di transito, luoghi – fisici o immaginati – in cui si possono tracciare diversi percorsi in un mondo differenziato, eterogeneo.

Maria Torelli

Con Maria Torelli e Salvatore Sebaste all’inaugurazione della mostra a Metaponto Rassegna “Luglio in Cultura” Ass. Culturale La Spiga D’oro, luglio 2010

Barbara Pietrasanta o il Rinascimento desaturato.
Una narrazione totalmente obiettiva non esiste, e non esiste nemmeno opera di fantasia che sia del tutto slegata dalla realtà. La consapevolezza di questa contaminazione si scorge negli olii di Barbara Pietrasanta, che raccontano il mondo senza false retoriche. L’uso di alcune tecniche della comunicazione pubblicitaria e visibile, non per questo prevaricante; pittosto è la fotografia che si fa “ancella” della pittura e in tal modo ci fa apprezzare ancora di più la capacità tecnica dell’artista. Il tratto gioca con la sua abilità nel riprodurre realisticamente il mondo, con un registro che potrebbe dirsi cinematografico, documentaristico: campi delimitati da rette come nelle striscie dei fumetti o nella fotocomposizione di una pagina di rotocalco, ma anche come espediante già usato dai miniatori di manoscritti; la differenza è tutta nel concetto di pari dignità che per questa pittrice ha ognuno dei segmenti della storia raccontata; riquadri – come quadri nel quadro, dunque – che sembrano riproporre gli “scompartimenti” mentali in cui le sensazioni e i ricordi vengono riposti in una immaginaria soma di tutte le loro possibili combinazioni. Gli edifici sono derivazioni architettoniche appartenenti più alla Metafisica, con I loro scorci inquietanti ( come nei quadri “Salto” e “Il condominio”) che semplice sfoggio di abilità tecnica nel disegno. Vi è spazio anche per rimandi all’optical art, ad Escher, in composizioni in cui il grigiore della vita moderna brulicad’insetti, veri padroni delle nostre città, o in momenti di più amara ironia in cui le braccia umane sembrano di volta in volta lottare o stringersi, fondendosi in tinte livide come il metallo di una statua. Lo studio della monocromia, l’utilizzo di colori freddi ma sempre nella loro luce più attutita, mettono a fuoco immagini dal netto realismo in cui domina comunque un sottile riferimento magrittiano: oggetti di uso commune dotati all’improvviso di un’anima spaesante, comunissime “cose” che, per il solo fatto di essere fuori dal loro contesto, acquistano un peso straordinario. Mediante questo accorgimanto l’artista fa rivivere l’antico enigma del ritratto rinascimentale. Nei ritratti di Leonardo Da Vinci, di Raffaello, di Piero Della Francesca, il simbolismo degli oggetti presenti suggerisce il mondo interiore dell’uomo della donna: Barbara Pietrasanta si riappropria di questa tecnica e ne amplifica i particolari, li riproduce con precisione quasi fotografica per consegnarceli puri nella loro inspiegabilità. Come un reportage che congeli l’attimo ed esplori tutte le possibilità pratiche e teoriche del suo universo di significati semiologici. Non a caso è umanistica l’attenzione posta al rapporto fra uomo e natura, è laica la ricerca di valori etici che siano validi per una società multietnica come quella che in queste opere ci viene raccontata. Ed il rimando a un retroterra classico, sempre ricondotto alle esigenze e al sentire contemporaneo, è anche nell’indagine sul nudo, fisico e spirituale: cosa significa – ed è ancora possible – essere veramente nudi in una civiltà come quella contemporanea? Questi non sono corpi di modelle che vogliono venderci qualcosa, sono uomini e donne che si offrono a noi nel momento in cui, per solitudine, per prostrazione, ma anche per autoconsapevolezza, hanno da offrire non bellezza, né competenze tecniche, né potere, ma solo quello che sono. Protagonisti di odissee metropolitane che si svolgono nei “condomini”, fra i container di un porto industriale, o nel silenzio di un proprio io. Il vuoto dunque che parla, che porta, come nella meditazione o nella preghiera (per esempio in opere come “Ovolution”, “Meditazione” e “Petrolio”) ad un confronto con I limiti dell’uomo o con la divinità. E’ un’umanità che attende qualcosa mentre svolge le proprie azioni quotidiane, mentre gioca a biliardo con la propria vita. Le opere di Barbara Pietrasanta hanno un sentimento metafisico di straniante attualità, mostrano I fantasmi del reale che ci camminano accanto: misteriosi e a volte drammatici, ma mai cupi. Forti di un equilibrio formale e diu un gusto del paradosso per cui svestire di orpelli significa arricchire di echi e riflessi ogni imagine. Scavo profondo nelle pieghe interiori di un’umanità intense e dignitosa anche nel proprio smarrimento.

Vanna Mazzei

Barbara Pietrasanta con Vanna Mazzei all’inaugurazione della mostra “Ruotando” al Linear Ciack Milano

Nel labirinto della femminilità. Oggi, di fronte ad un consapevole e accettato tramonto della vita, mi scopro a riflettere con un sentimento nuovo su un tema che in gioventù, nel pieno di una femminilità agita, ho affrontato in modo superficiale e scontato e che mi aveva appena e superficialmente colpito Un’occasione particolare mi ha proposto una riflessione intima e personale sull’argomento: l’incontro con l’arte di Barbara Pietrasanta. E’ stato un incontro casuale? Forse, tendo a pensare che nulla avviene per caso, o meglio che noi osserviamo e siamo colpiti da ciò che in quel momento urge ed è già presente dentro noi stessi. Quando mi sono soffermata ad osservare i quadri di Barbara mi è venuta prepotentemente alla mente una parola: femminilità e subito un caleidoscopio di aspetti e sensazioni mi ha immerso nella ricerca di un’impossibile spiegazione del senso di questa parola e dell’eros che inevitabilmente esprime. Dai quadri che osservavo emergeva una storia che mi parlava e mi intrigava nella quale mi riconoscevo come donna e come femmina. Colori scuri accanto a pastelli chiari, ombre generate dalla luce, un gioco di contrasti che occhieggia ad un mistero, braccia raccolte a difendersi, nascondere e lasciare intuire un fascino femminile ambiguo e ammiccante che non si esprime tanto nell’avvenenza fisica quanto traspare da un eros antico, archetipico; mistero avvolto nel gioco di ombre e luci inattese e intense, una dimensione intima racchiusa nel muoversi di un velo nero.Ma la femminilità non è solo inclusione, appagamento e abbandono, racchiude in sé tutta la complessità della vita che lei stessa è capace di dare. Nel femminile emerge prepotente la volontà di prendere, afferrare, racchiudere in sé e determinare la propria sorte nella consapevolezza che nelle proprie mani si dipana il destino del mondo che un’atavica forza racchiude nell’ambiguità del mistero della femminilità. Lo sguardo è serio, diretto e intenso; i pugni chiusi per prendere, afferrare, affermare e affermarsi, perché quelle mani racchiudono e difendono la vita, perché in quelle mani si dipana il destino del mondo e lì è la soluzione. E in qualche parte, laggiù, lontano dove si potrebbe afferrare e svelare il senso, dove gli eventi hanno un loro evolversi nell’asperità della vita, dove l’unione crea futuro e fantasmi, là dove il mistero si apre all’eros e alla vita, laggiù dove tutto si svela, dove sappiamo che l’attesa avrà termine, nella Parigi simbolo di amore, sangue e rivolta, laggiù non ci sarà spiegazione perchè intanto a Parigi dormono. Un abbraccio ambiguo, protettivo e mortale che pare dire: “ Vieni, ti avvolgo, ti chiudo in me e ti porto in un mondo oscuro e sconosciuto, ti includo e ti trascino nel mistero infinito che unisce uomo e donna.” Poi ti lascio e mi abbandono. Fragilità e languido appagamento in un letto sfatto dove il senso della vita è immediato, dove niente resiste del passato, niente si aspetta dal futuro. “Ora e non prima” è il senso, l’attimo in cui si palesa il significato e il valore fra sogno e realtà. Accanto restano trascurabili frammenti, simboli di un amore ricevuto, conquistato, di una femminilità che contemporaneamente si offre e rapina. E se la vita è rappresentata da trascurabili frammenti è in quelli che ci esprimiamo maggiormente, è in quelli che siamo veramente noi stessi. Disperazione e ironia, mistero e dubbio, cattiveria, tenerezza, sofferenza e passione, forza e languore scandite in un ritmo dove la ritrosia si mescola alla spudoratezza dei sentimenti ben oltre la patina della bellezza in una inafferrabile solitudine. Mistero Forse è indispensabile per la femminilità che il suo mistero non venga svelato. In uno sguardo schiudo il mio mistero Nelle mie mani plasmo il mio destino Ti amo? Forse Ti lascio? Forse Ti voglio? Forse Ti prendo? Forse Sfido la vita.

Dario Rivarossa

Dario Rivarossa

Sono pochissimi gli artisti nel nostro Paese che sappiano ancora utilizzare la tecnica con cui Giotto e Michelangelo realizzarono capolavori assoluti. Tra i rari maestri che hanno conservato gli antichi segreti dell’affresco, troviamo personaggi assai diversi per formazione e stile. In comune, hanno la ricerca di Dio e l’attenzione all’uomo.

Chi, alla fine del Quattrocento, avesse cercato di intervistare Michelangelo mentre dipingeva la Cappella Sistina, si sarebbe trovato di fronte a un omaccio abbruttito con la barba ispida, che lo avrebbe cacciato fuori in malo modo. Ma i tempi sono cambiati. Oggi, chi volesse incontrare l’autore degli affreschi nella chiesa della Sacra Famiglia a Cinisello Balsamo (Milano), scoprirebbe che si tratta di un’affascinante quarantenne, che si è formata in America e alterna l’amore per l’arte al lavoro in un’agenzia pubblicitaria. Si chiama Barbara Pietrasanta, ed è una delle pochissime persone in Italia a saper ancora fare il “buon fresco”: tecnica lunga e difficile, che perciò rischia di estinguersi proprio in Italia, dove ha dato il meglio di sé nei secoli passati.

Perché questo interesse per un modo di dipingere che sa di Medioevo? «Sembrerà strano», risponde Pietrasanta, «ma tutto è nato con il mio approdo a New York nel 1984. Dopo la mia prima mostra di quadri laggiù, sono stata contattata da un affrescatore di origini molisane, che aveva aperto una scuola. Aveva bisogno di un assistente per realizzare un enorme affresco in un locale del Connecticut, che riproducesse una serie di paesaggi del Canaletto. Era una tecnica che non avevo mai affrontato: l’ho imparata lavorando a bottega da lui. Già, perché negli Stati Uniti l’affresco piace, e viene utilizzato non solo nelle chiese, ma anche nei bar».

Armando Cattaneo

Don Armando Cattaneo, fondatore di Circuito Marconi, inaugura il ciclo di affreschi nella Parrocchia Sacra Famiglia di Cinisello Balsamo, Milano

” Pietrasanta non è autrice di arte sacra. Ma di intensa umanità certamente sì – rifletto tra me- e da quando Dio s’è fatto uomo…nulla è più sacro dell’umanità e nessuna arte è più sacra di quella che sa dare gloria all’uomo vivente”.
Le metto tra le mani il testo del vangelo secondo Luca e lei mi spalma quelle parole succose e “nuove” tutt’intorno a una figura imponente di donna e di madre. Insieme Eva e Maria. Pura teologia visiva!
Un giorno lei mi confida che desidera lavorare a fresco, ricuperando la più nobile e duratura tecnica di pittura di tutta la storia; quella che ha colmato l’Italia di capolavori: dalla Cappella Brancacci di Masaccio alla Cappella Sistina di Michelangelo, dalla Basilica di San Francesco di Giotto, alle Stanze Vaticane di Raffaello.
Mi stupisco e non a caso: la Pietrasanta infatti è oggi l’unica donna in Italia a dipingere a fresco. Dopo averne imparata la tecnica dove? A New York, of course! Perchè nella sua patria nessuno più la insegna!
Colgo l’attimo fuggente e propongo un “lavoretto” nella chiesa parrocchiale Sacra Famiglia di Cinisello, che nel frattempo era diventata la Chiesa di cui sono Parroco.
L’architettura certo non ne è esclusa. Nessuna opera è d’arte, secondo me, se non ha doti architettoniche! Ma lei la recupera all’interno di una spazialità nuova, determinata appunto dall’abitudine al quotidiano messaggio pubblicitario più che dall’andamento classico, ormai introvabile nel ritmo della vita metropolitana.
Il sacro è un recinto stereotipato e ripetitivo, chiuso e conservatore. Gesù Cristo ha patito i “sacer” doti schierati a difesa del “sacer” sistema. Barbara semplicemente lo evita, vola più alto.


Conosco Barbara Pietrasanta grazie ad un comune amico, a Milano, a un passo dal Duomo.
Vedo alcuni suoi dipinti dalla corporeità prorompente e stranamente mi fanno pensare all’interiorità. Osservo in essi scene desolate e vi colgo dignità. Vedo volti degradati dalla solitudine, logorati dal male di vivere e intuisco in essi voglia di riscatto. Un paradosso.
Così decido di scommettere e le affido un lavoro. Ma non si tratta di una grande parete. Troppo facile. No, offro a Barbara quattordici pilastri di cemento armato, con superfici utili di 40 centimetri di base per 160 di altezza. Non esattamente quello che i pittori sognano … Barbara non fa una piega: cosa volete che sia per una che dipinge per sfogarsi, per esprimersi, mentre il suo lavoro quotidiano è capitanare un’agenzia grafica, invasa di pubblicità, stretta tra poster e packaging? Per lei questo formato è perfetto! Lei non cerca la solenne composizione architettonica del pittore classico, ma il taglio fotografico! La sua mano dipinge ma il suo occhio fotografa e la sua mente zooma, taglia, incolla, compone.
In breve: a Barbara riesce bene pitturare questi pilastri, forse perché è più familiare con le pagine delle riviste (che sono verticali) che con la pittura classica (che usa le tele in orizzontale).
Mese dopo mese , la strada della croce prende forma e colore. Di sorpresa in sorpresa. Sì perché forse con l’intuizione tipica di donna, mentre dipinge, Barbara scrive un piccolo, prezioso testo di teologia.
La sua Via Crucis è umana e teologica insieme; cristiana ed evangelica, descrittiva e metafisica.
Barbara non era una pittrice di arte sacra prima della Via Crucis. E non lo è neppure dopo. È una donna che si appassiona al vangelo e compie il suo percorso di ricerca, come ogni vero credente è chiamato a fare. come ogni vera personalità di oggi fa.