Francesca Pensa

Figure e destini: la pittura di Barbara Pietrasanta

Con gli anni novanta del novecento la produzione espressiva di Barbara Pietrasanta viene presentata in esposizioni, le prime rilevanti nella carriera dell’artista,  nelle quali la forma creativa del suo lavoro, già decisamente matura, mostra la sua originalità.
La pittura di quel tempo,  che sceglie senza indugi una figurazione attuale e aggiornata, si articola in immagini nelle quali gli elementi compositivi si sviluppano in un racconto la cui interpretazione resta aperta, pur indirizzando lo spettatore verso tematiche preferite e in alcuni casi ricorrenti.

Quasi programmatico è l’olio Strade, bivi e deviazioni, datato 1992,  abitato da figure dall’incerta identità di genere, opera a cui fanno eco Leslie e Gestazione, dove protagonisti sono uomini al bivio tra femminile e maschile: nella poetica di questa fase emerge dunque  la riflessione su temi particolari, concentrati sulla questione dell’identità di genere, che l’artista aveva potuto approfondire nel suo soggiorno negli USA e precisamente a New York,  avvenuto negli anni ottanta, quando questi argomenti erano discussi nella cultura americana e ancora poco frequentati in Italia. 
I pericoli che minacciano la nostra natura increspano l’acqua trasparente di Petrolio e le vicende dell’inarrestabile flusso delle migrazioni sostanziano la tela Confini, mentre allusioni  ad avvenimenti storici fondamentali del nostro tempo innervano  dipinti come Oltre il muro, non a caso datato 1990 e cioè immediatamente dopo il crollo del Muro di Berlino, e come Le gemelle, opera del 2001, l’anno dell’attentato alle Twin Towers.

Il tema della figura si concretizza nella creazione di corpi che nella loro precisione anatomica rivelano chiaroscuri studiati e sapientemente impiegati non tanto in una resa veristica ma semmai poetica. I volti, tranne in rari casi, sono privi di emozione o sentimento, chiusi nelle bocche serrate e negli occhi aperti che possono guardare quasi provocatoriamente lo spettatore.  
Le ambientazioni,  spesso suggerite dal ricordo del soggiorno americano dell’artista,  sono diverse e  tendenti a costruire prospettive ispirate a   spazi urbani o ad angoli anonimi delle grandi metropoli, mentre i colori comprendono una tavolozza varia, composta da tinte che  si mantengono, soprattutto nei brani monocromi che possono intervallare la composizione, in  tonalità che accentuano il carattere mentale e introspettivo della narrazione.
In alcune di questi lavori,  il racconto può rompersi in frammenti diversi,  come in Riscatto, o svilupparsi in sezioni differenti, come in Rivelazioni, ma in generale la scena è unica e concentrata su una vicenda visiva che però presenta molte sfaccettature. Così avviene nel significativo  Il gioco della vita  del 1992: sul tappeto verde di un bigliardo le mani di personaggi invisibili mirano con una stecca una palla e trattengono i pezzi di un domino, mentre una donna appoggia la testa tra le braccia incrociate nella parte inferiore della scena, là  dove la confinano due piedi scuri  e incombenti. Qual è la storia? Impossibile e inutile stabilirlo con precisione, se non evocando il senso a volte misterioso che il destino ha nelle nostre vite, esposte, come nel gioco, al caso di imprevedibili avvenimenti.

Col nuovo millennio l’arte della Pietrasanta vira verso una pittura che, pur collegandosi alle precedenti esperienze, affronta nuove tematiche in uno sviluppo coerente delle modalità espressive.
A partire dal secondo decennio del duemila fino a oggi,  il discorso poetico si sposta  su un argomento specifico, che è quello dell’acqua,  tema che ha sempre avuto nella nostra storia dell’arte una trattazione costante, come è facilmente immaginabile per l’elemento che permette a tutti noi di vivere: la pittura di Barbara  si inserisce quindi in una lunga linea rossa che attraversa secoli di storia artistica, nella quale l’acqua ha assunto valore positivo ma anche negativo, esemplarmente evidenziati nelle millenarie iconografie del battesimo cristiano e  del diluvio universale.

Nell’acqua stanno la donna di Blu profondo e la moderna Afrodite di Anadiomede, in un abbraccio liquido che conferisce all’ambientazione una capacità evocativa vitale e quasi catartica Ma ben diversa è la storia delle altre figure di altre opere, nelle quali l’acqua sembra assumere valenza negativa e pericolosa, come causa di naufragi distruttivi e spaventosi.
Come ha precisato la stessa Pietrasanta,  programmaticamente importante per questo ciclo  è un olio del 2014, intitolato Deposizione, nel quale l’acqua è solo evocata, come motivo di morte per quel corpo disteso, ripreso per metà e coperto da un lenzuolo. Un cartellino, come quelli che accompagnano le salme in una morgue, spiega che si tratta di uno degli annegati della tragedia di Lampedusa. Se dunque l’immagine riflette la memoria dell’iconografia millenaria delle Deposizione di Cristo, quel particolare la rende di attualità assoluta, aggiungendo ai naufragi di queste opere un riferimento storico preciso.

I personaggi rappresentati possono essere solitari, ma interessante è la doppia presenza di figure femminili, che caratterizzano altre opere di questo ciclo: osservando con attenzione, si nota che le due donne raffigurate sono sempre le stesse, una coi capelli corti chiari, e l’altra, più giovane, con i capelli scuri e lunghi. Indossano abiti simili ovvero vesti bianche, leggere e trasparenti, che lasciano intravvedere indumenti intimi neri: sembrano essere state sorprese da qualcosa di ineluttabile, come un naufragio,  in un momento personale e intimo.
Si affiancano, una seduta e l’altra in piedi, in Come dopo il naufragio, tela del 2019, tenendo nelle mani i cappi di una fune che le lega in un  rapporto che forse è stato quello della loro salvezza in mare e che prosegue evidente anche dopo.
Ognuno può immaginare quale potrebbe essere il rapporto che lega le due donne, forse di amicizia o  forse anche di parentela, come sorelle o addirittura madre e figlia: ma questo non è importante, perché ciò che le ha unite è stata l’acqua e lo sconvolgimento che ha provocato.

Nella dimensione poetica,  il naufragio evocato in questi dipinti arriva comunque a perdere  la sua specificità reale, diventando  metafora di situazioni più generali, che possiamo aver vissuto anche noi nella nostra vita di fronte ad accadimenti inaspettati.
E in questo senso singolare è la vicenda espositiva di questo ciclo di opere, vicenda che lo arricchisce di ulteriore significato, forse addirittura al di là delle iniziali intenzioni della stessa Pietrasanta.
Nel 2021 tutto era infatti pronto per il progetto di una mostra dedicata a questi  lavori da esporre all’Acquario Civico di Milano, ma il covid impedì che ciò avvenisse, se non in una  misura ridotta e in ritardo rispetto ai tempi stabiliti.
E cosa, se non il covid, assomiglia di più a un moderno e collettivo naufragio?
Allora noi tutti, come i personaggi di questi dipinti, abbiamo vissuto lo smarrimento  che segue un avvenimento impensabile. Noi tutti siamo rimasti impotenti e spaventati  di fronte al crollo di molte delle nostre certezze, dovuto alla fino ad allora inimmaginabile pandemia mondiale.
E tuttavia le due naufraghe, la bionda e la bruna, sono sopravvissute, come noi dopo la stagione del covid: una speranza c’è, dopo la paura.

Ancora con gli anni dieci del duemila la Pietrasanta dà avvio al ciclo Risvegli, che prosegue anche nel  presente:  le tele,  di dimensione non piccole,  presentano figure femminili mentre si svegliano dal sonno, avvolte in  lenzuola ombreggiate da luci incerte, distese su pavimenti monocromi e accompagnate dalla presenza di una tazzina di caffè munita del suo cucchiaino.
Le opere descrivono dunque l’istante del passaggio dal sonno alla veglia, con tutte le implicazioni che questo comporta nel trascorrere dal cosmo onirico, dove si dispiegano i più indicibili e fantastici desideri, alla realtà del mondo, con tutte le sue ben tangibili e impegnative situazioni. Figure femminili percorrono questo momento  e lo vivono in modo sempre diverso,  semiaddormentate e con gli occhi socchiusi (Svegliati), oppure  deste ma  riprese nelle posture del sonno (Ora e non primaAwakening), oppure ancora già ben presenti e sedute tra i panneggi delle lenzuola  (Nel lenzuolo bianco, TurbamentoDomani è un altro giornoQualcosa ho dovuto lasciare).

Accanto c’è sempre la tazzina del caffè che ci risveglia e che ci accompagna come tonico irrinunciabile nella realtà del mondo. Ma la tazzina del caffè è anche l’oggetto dove spesso si è guardato alla ricerca di un pronostico sul futuro: quelle donne sembrano appunto domandarsi quale sarà il proprio destino, in quel giorno che allora comincia ma anche nella dimensione futura dell’esistenza che le aspetta; così fa,  con chiarezza inequivocabile, la risvegliata di Il vuoto è nulla, dipinto del 2019. La tazzina non è dunque, in queste narrazioni per immagini, un particolare secondario, come  tra l’altro rivelano  opere specificamente dedicate a essa, come Nell’ombra  e Satori.
Il  tema trattato si amplia quindi ulteriormente,  non esaurendosi nella semplice osservazione della cronaca di un momento della giornata che tutti viviamo quotidianamente, ma trasformandosi in  racconto del nostro porci davanti al futuro con i nostri timori e speranze.
Le protagoniste  di questo ciclo sono donne e giovani ragazze, che aggiungono un tono autobiografico al risultato finale, nella sensibilità soprattutto femminile di saper guardare nell’intimo, raffigurando però una situazione che riesce a diventare collettiva.

Variante significativa di questo tema è poi presente in uno degli ultimi dipinti  che la Pietrasanta realizza nel 2024, intitolato Sogno d’inverno, in cui accanto alla  figura dormiente  si stende, sul chiarore del letto, l’ombra di un albero spoglio, elemento della natura che varia l’iconografia di queste opere.

Le modalità espressive  affrontano, come già nei lavori a partire dal nuovo millennio,  la narrazione visiva in chiave prettamente pittorica, ovvero senza pause o interruzioni come scritte o frammentazione, e quindi in una trattazione unica del tema, che si dispiega senza minime divagazioni nella sua sintesi poetica.
Le figure sono quelle tipiche di tutta l’arte della Pietrasanta, cui si aggiunge però una studiata resa delle lenzuola avvolgenti che lasciano trasparire le anatomie di nudi nascosti, in un moderno e originale impiego del tema millenario del panneggio.

La declinazione cromatica è definita da colori  omogenei e mai accesi, disposti in una attentamente studiata tonalità, virata su azzurri, grigi, bianchi, che determinano atmosfere intime e pervadenti, capaci di sommergere quasi completamente la figura, come avviene nel recente olio Perturbamento.   

Il segno che costruisce  la composizione è fedele a quello già ampiamente praticato dall’artista nella  costruzione di immagini in cui il risultato visivo mostra sempre una interpretazione personale dell’ispirazione al reale: ma Barbara non rinuncia a opere nelle quali la volontà espressiva mostra un segno generato da uno stato d’animo profondo e più urgente. Così avviene  nella figura tesa e inquieta di Fragments of awakening e ancora di più in Trascurabili frammenti, olio giocato sulla contrapposizione di bianchi e di neri: e non pare un caso che in tutti e due  i titoli si parli di frammenti, quasi che quel segno spezzato meglio definisca un  frammento, breve ma carico di sentimento, dell’esistenza.

Interessante, e direi inevitabile,  è poi collocare questa pittura dentro raffronti che aiutino a comprenderne il significato, ampliandolo in una prospettiva storica.
La raffigurazione della donna dormiente è molto antica e viene frequentata dagli artisti sin dai tempi più remoti, quando assume la declinazione celeberrima della Arianna dormiente, abbandonata sull’isola di Nasso da Teseo  che approfitta del suo sonno catatonico: testimonianza esemplare di questa arcaica iconografia è la celebre scultura conservata nei Musei Vaticani, nella quale il corpo semidisteso rivela la  completa inconsapevolezza della dormiente.

Ma sono tante anche le donne che dormono in tempi più recenti, a partire dalla Venere di  una tavola della Hypnerotomachia Poliphili, iperraffinato testo stampato a Venezia nel XV secolo, immagine che è  la probabile radice delle molte figure femminili immerse nel sonno e raccontate, dal quattrocento in poi, in tante opere famose, come quelle di Giorgione, Tiziano, Poussin, Füssli,  Courbet, Delvaux, Picasso.
In queste rappresentazioni di dormienti della nostra arte trascorsa ciò che appare  determinante è comunque il sonno, profondo e paralizzante, che rende indifese le donne raffigurate, come si mostra nella già citata Venere  dell’Hypnerotomachia, accompagnata da un minaccioso fauno itifallico, e come si vede nel famoso Incubo di Füssli, dove la protagonista è sovrastata da mostri spaventosi e terrificanti.
Nelle opere di Barbara, le figure mettono in atto un importante mutamento dell’iconografia antica: le donne si  destano dal sonno e non è difficile dare anche un significato storico a questo risveglio, metafora della  odierna condizione femminile.

La conclusione di questo percorso mi sembra possa quindi essere individuato nel nudo di Aftercut, opera recente e quasi capitolo finale di questa storia narrata per immagini; nel dipinto la giovane donna si mostra decisamente eretta, in piedi mentre guarda negli occhi lo spettatore: sorregge un vassoio con una tazzina del caffè, che si è rovesciata forse nell’atto di alzarsi ma che forse, nel suo disperdersi senza che il caffè sia stato bevuto, sottolinea la consapevolezza della protagonista di svegliarsi da sola, senza aiuti di nessun genere.
Una donna dunque autonoma, come può leggersi anche in  altri due dipinti dell’artista, nei quali la figura femminile è accompagnata da un uccello, da sempre sentito e inteso come simbolo di libertà: così avviene in Visione taumascopica, dove appare un colorato pappagallo,  e nel recente Annunciazione, la promessa sospesa,  in cui una nettarina di Palestina allude a fatti della nostra più scottante e drammatica attualità.

La pittura di Barbara Pietrasanta mostra dunque un’originalità indiscutibile che però, proprio per la sua qualità alta, non può non sottendere rapporti e riferimenti con altre situazioni espressive trascorse e presenti.
Va innanzi tutto considerata la scelta di “figurazione”, evidente in tutta la produzione dell’autrice, cioè la scelta di un campo dell’arte che il termine che lo distingue chiarisce solo se approfondito fino in fondo, nel suo significato semantico e soprattutto  storico:  per “figurazione” si intende  specificamente una declinazione dell’arte che rappresenta,  con varianti che possono andare dalla riproduzione di carattere fotografico fino al ricordo minimo, la realtà degli uomini e del loro mondo.

Al di là delle valutazioni date in tempi per fortuna superati, che classificavano in positivo o in negativo questa prospettiva creativa e il suo opposto ovvero l’astrazione, ciò che appare oggi chiarissimo è la straordinaria “vitalità della figurazione”  (come intitolava una mostra di alcuni anni fa), che ha attraversato indomita il secolo delle avanguardie, giungendo in piena salute fino a noi: e tra i  periodi del novecento che hanno visto  la preminenza di forme artistiche  più collegate all’ispirazione  al reale, vi sono  gli anni ottanta, quando il  clima della Transavanguardia supera  le Neoavanguardie della fase immediatamente precedente. E’ questo non a caso il  momento in cui Barbara si affaccia sulla scena dell’arte, arrivandoci con una preparazione canonica, ottenuta, al liceo artistico e in accademia,  con l’esercizio del disegno e con la ricerca della propria originalità dentro un  gusto coltivato nel confronto con la storia delle immagini del passato e del presente.
Significativo che suo insegnante, al Liceo di Brera, sia stato Mimmo Paladino, protagonista di primissimo piano di quella stagione espressiva, la cui arte costituirà tuttavia, come quella di altri autori incontrati come docenti,  quali  Alberto Ghinzani,  Maurizio Giannotti, Antonio Miano,  Fernando Sambati, un sottofondo lontano e ben sedimentato nella memoria visiva della pittrice.

A proposito del soggiorno americano, vissuto dalla Pietrasanta negli anni ottanta,  la critica ha citato  come possibili riferimenti artisti come Alex Katz e Philip Pearlstein; ma, al di là di quella fase dell’arte, che vede, nella complessità dei risultati, l’ultima stagione di Warhol e l’affermazione di autori come Basquiat, che però non paiono  aver molto interessato la nostra autrice,  è la fissità senza tempo delle immagini del padre della pittura statunitense, ovvero di Edward Hopper, che sembra averla maggiormente affascinata: ma la malinconia attonita del maestro americano, costruita dentro scenari collocati in autogrill notturni e in stanze desolate abitate da figure solitarie, non appartiene alla visione creativa di Barbara, che vira il suo discorso poetico verso orizzonti più sereni e sicuri.
Tuttavia, osservando con attenzione, particolarmente considerando le prime opere della Pietrasanta, emergono in filigrana rimandi all’Arte Pop,  sia in termini generali per la scelta di figurazione sia nella definizione cromatica: e certo, anche tenendo conto del percorso parallelo della pittrice nel campo della pubblicità, le forme espressive del movimento americano non possono non averla interessata, soprattutto nella considerazione della dissolvenza del confine,  ben leggibile soprattutto nella produzione di Warhol,  tra i due campi in cui è da sempre attiva,  con la conseguente creazione di composizioni arricchite dall’inserimento di scritte e dalla frammentazione del discorso poetico,  derivate, in una originale rielaborazione, dalla conoscenza della grafica pubblicitaria.

Altri riferimenti  più chiari e significativi collegano l’arte di Barbara all’ambito milanese, nel quale  da sempre lavora e del quale può oggi essere considerata una protagonista rilevante.
Viene quasi naturale  individuare un rapporto con la corrente espressiva che ha caratterizzato l’esperienza milanese negli anni del secondo novecento ossia con il Realismo Esistenziale, del quale, nelle immagini della nostra pittrice, permane quella attenzione ininterrotta per la condizione dell’uomo, visto come individuo che partecipa a una condizione storica: tra i protagonisti di quella stagione artistica, sono le figure di Ferroni che mi paiono più vicine a quelle create dalla nostra autrice, di cui ripropongono la stasi immobile e silenziosa. 

Venendo poi ad artisti  pienamente attivi nel presente, mi pare corretto, in una compagine che definisce un fronte eterogeneo ma preciso nelle sue radici culturali, accostare l’arte della  Pietrasanta a quella di personalità di  ambito lombardo che hanno fatto del tema della figura l’elemento sostanziale della loro poetica, come, tra gli altri,  Marco Cornini, Gioxe De Micheli, Renato Galbusera, Antonio Miano, Alessandro Papetti, con una particolare sintonia con la pittura di Maria Jannelli,  con  cui Barbara condivide  quella caratterizzazione intima dei personaggi che però non è mai fine a se stessa, ma riflesso di condizioni più generali osservate da un occhio inequivocabilmente  femminile.
Nella dimensione  di un racconto mai esplicitamente didascalico ma semmai allusivo e non raramente costruito attraverso metafore,  costante e approfondita è sempre stata, come già accennato  in questo scritto,  l’attenzione  della nostra artista  per tematiche sensibili a problematiche sociali, e quindi politiche, della nostra attualità, come le questioni legate all’immigrazione, ai mutamenti climatici, alla condizione della donna e  all’identità di genere.  Anche questa prospettiva poetica  inserisce Barbara Pietrasanta dentro una ben precisa storia milanese passata e presente, nella quale rilevanti riferimenti   sono stati per lei  autori come Galbusera e Miano, con i quali ha in comune la trascorsa frequentazione del Liceo di Brera: convergenza che non ha significato e non significa solamente sintonia di idee e di convinzioni, ma anche condivisione di scelte precise nel mondo dell’arte e non solo, in un percorso che dagli anni settanta arriva fino a oggi.

Carlo Tetsugen Serra

Il ritratto di donna con il pappagallo di Barbara è un potente simbolo del sé condizionato, della parte di noi che vive in un ciclo ripetitivo, guidato da schemi e pensieri che non vengono realmente elaborati ma solo ripetuti. Proprio come un pappagallo che ripete meccanicamente le parole che ha sentito, senza comprensione o consapevolezza, la nostra mente egoica agisce allo stesso modo: ripetendo costantemente le stesse reazioni, paure e convinzioni, senza mai fermarsi a metterle in discussione. Questi automatismi mentali sono radicati nelle nostre esperienze passate, nei traumi, nelle abitudini e nelle difese che abbiamo costruito nel tempo per proteggerci dalle sofferenze. Ecco perché questo pappagallo interiore diventa una prigione: ci tiene ancorati al passato, ci impedisce di evolverci, di essere veramente liberi. “E’ un io Giudicante”

La donna nel dipinto, però, non è statica. Le sue mani in movimento sono il simbolo di un cambiamento in atto, di un processo di liberazione. Le mani sono spesso considerate un simbolo di azione, di interazione con il mondo, e qui, nel contesto del dipinto, potrebbero rappresentare un tentativo di spezzare le catene del sé falso e condizionato, di muoversi verso una versione più autentica e consapevole di sé. Quella donna non si sta più arrendendo alla ripetizione delle stesse vecchie narrazioni interiori, ma sta cercando di liberarsi da esse, di risvegliarsi dal torpore che le impedisce di vivere pienamente.

Il movimento delle mani non è solo simbolico, ma implica una trasformazione attiva, un agire consapevole che interrompe la routine della ripetizione automatica. L’atto di “rompere le corde” potrebbe essere visto come il gesto di liberarsi dalle limitazioni imposte dal nostro ego e dalle sue convinzioni fisse. È un cammino verso il risveglio, un passo fuori dalla zona di comfort in cui ci troviamo prigionieri.

Il “Se” in questo contesto è molto più di una semplice domanda. È un’interrogazione radicale su come sarebbe la nostra vita se smettessimo di essere prigionieri delle nostre ripetizioni. “Se iniziassi a risvegliarmi?” suggerisce l’inizio di una riflessione sul cambiamento e sulla possibilità di agire in modo nuovo. Si tratta di una sfida a rompere il ciclo di condizionamenti che perpetuano la sofferenza e la staticità, per entrare in un agire che è più consapevole e in sintonia con il Qui e Ora. Non è solo una riflessione astratta, ma una chiamata all’azione: a guardare in faccia il nostro ego, ad affrontarlo senza paura, e ad abbracciare la libertà che arriva dal risvegliarsi dalla prigionia mentale.

Quindi, il dipinto non è solo un’osservazione passiva, ma un invito attivo a liberarsi dalle catene invisibili che ci legano, a prendere coscienza del nostro sé più autentico, che è sempre lì, ma spesso oscurato dalle ripetizioni egoiche. L’invito a risvegliarsi non è solo filosofico, è una proposta concreta: intraprendere un viaggio di trasformazione che ci conduca fuori dal ciclo senza fine di ripetizione, verso una vita più vera e libera, Dove il “Se” diventa agire consapevole.

Francesco Poli

Con Francesco Poli, Alka Pande, Remen Chopra e Hema Upadhyay all’inaugurazione di “Cross Polynations”. Teatro Dal Verme, novembre 2006

Nella sua ricerca l’artista mette in gioco tutti i principali temi fondamentali legati al senso profondo della vita, dei rapporti fra donne e uomini, e in particolare alla inquietante problematica dell’identità individuale. Due dipinti possono esemplificare molto bene il modo con cui Pietrasanta ha affrontato queste questioni. Il primo, intitolato « Il gioco della vita » ci mostra dall’alto il tavolo di un biliardo dove vediamo una mano con una stecca che sta colpendo una biglia, un’altra mano che sta gettando sul tappeto verde dei dadi, e in basso il busto piegato di donna nuda vista da dietro che appoggia sul tavolo il suo volto. Non c’è bisogno di spiegare il senso di fondo di questa composizione che pur avendo forti connotazioni simboliche si impone visivamente per la sua forza espressiva. L’altra opera, tra le più recenti, è un un insieme di sedici piccole tele unite insieme a formare un polittico unitario. Qui vediamo i volti di una donna e di un uomo, con espressioni tese e inquiete. Un barattolo di vernice rossa separa i due volti. Nelle altre tele compaiono solo delle parole in inglese anche sovrapposte: « why », « who », « when », « they ». Anche qui la questione che viene posta è chiara, ma non non ci sono risposte certe. In alcuni altri dipinti la figura femminile è la sola protagonista. E’ il caso di « Petrolio » in cui un nudo (che ricorda la Venere di Botticelli, ma con i capelli neri) e’ immersa nell’acqua limpida che sta per essere contaminata da una colata di petrolio. E anche di « Ovulation », un chiaro omaggio alla mitologia indiana, dove il nudo femminile inginocchiato ha molte braccia e con le varie mani tiene delle uova, simboli di fecondità e vita. La pittura di Barbara Pietrasanta ha caratteristiche figurativamente nitide e precise, ma propone una visione della realtà carica di valenze esistenziali e psicologiche di affascinante complessità, da una prospettiva femminile molto accentuata. 

Nella sua ricerca l’artista mette in gioco tutti i principali temi fondamentali legati al senso profondo della vita, dei rapporti fra donne e uomini, e in particolare alla inquietante problematica dell’identità individuale. Due dipinti possono esemplificare molto bene il modo con cui Pietrasanta ha affrontato queste questioni. Il primo, intitolato « Il gioco della vita » ci mostra dall’alto il tavolo di un biliardo dove vediamo una mano con una stecca che sta colpendo una biglia, un’altra mano che sta gettando sul tappeto verde dei dadi, e in basso il busto piegato di donna nuda vista da dietro che appoggia sul tavolo il suo volto. Non c’è bisogno di spiegare il senso di fondo di questa composizione che pur avendo forti connotazioni simboliche si impone visivamente per la sua forza espressiva. L’altra opera, tra le più recenti, è un un insieme di sedici piccole tele unite insieme a formare un polittico unitario. Qui vediamo i volti di una donna e di un uomo, con espressioni tese e inquiete. Un barattolo di vernice rossa separa i due volti. Nelle altre tele compaiono solo delle parole in inglese anche sovrapposte: « why », « who », « when », « they ». Anche qui la questione che viene posta è chiara, ma non non ci sono risposte certe. In alcuni altri dipinti la figura femminile è la sola protagonista. E’ il caso di « Petrolio » in cui un nudo (che ricorda la Venere di Botticelli, ma con i capelli neri) e’ immersa nell’acqua limpida che sta per essere contaminata da una colata di petrolio. E anche di « Ovulation », un chiaro omaggio alla mitologia indiana, dove il nudo femminile inginocchiato ha molte braccia e con le varie mani tiene delle uova, simboli di fecondità e vita.

Michele Bonuomo

Che cos’altro c’è da aggiungere al tragico elenco di eccessi da tutti vissuti negli anni appena trascorsi? Forse nient’altro. Abbiamo consumato tutto il consumabile con una furia da antropofagi:con troppa irruenza e con scarsa progettualità abbiamo abbattuti i “muri”. Con sospetta frettolosità abbiamo liquidato le ideologie. Con irriducibile determinazione abbiamo divelto ogni ancoraggio con la storia, e la pittura, esaurito l’ottimismo sfacciato del mercato, non è più la grande coscienza del mondo. Solo per pochi coraggiosi continua ad essere una pratica estrema. Per quei pochi infatti che non hanno più voglia di nascondersi dietro bellurie, falsi miti, vuote provocazioni, sfrontatezze senza eroismi. I gesti esemplari di chi ha messo a repentaglio la propria esistenza, vivendo passioni e tensioni senza ritorno, sono stati equivocati dai più o reinterpretati come brani di una rappresentazione vuota e accademica. Le lacrime, il sangue e lo sperma troppi li hanno acquistati già liofilizzati e consumati nel fast food della banalità quotidiana. E così le luci si sono spente su un palcoscenico da triste avanspettacolo.. Anche le mille luci di New York sono un fioco lumicino che getta ombre sinistre su una tragica solitudine. Barbara Pietrasanta di tutto questo è stata testimone, lo ha sentito sulla sua pelle, lo ha catturato con i suoi occhi voraci. Ma senza cadere in trappola, senza diventarne vittima. Con lucida determinazione, ha messo ordine nelle sue passioni, sezionando come su un tavolo di una morgue i cadaveri delle vittime del suo tempo, i misteri di un eros che non chiede più travestimenti edonistici per far esplodere le contraddizioni, per scompaginare le regole di ipocrite e perbenistiche perversioni. Nelle sue tele i gesti sono calcinati come quelli di un fregio ellenistico, i corpi sono ridotti a brandelli dalla luce gelida di un flash: vivono nel buio e solo per un attimo si rivelano nella loro dimensione visionaria. Con una pittura netta, che non induge a calligrafismi iperealistici, Barbara Pietrasanta mette in atto un gioco costante di spiazzamenti, di situazioni e di significati, di scambi di ruoli tra l’Artista che dipinge e il soggetto rappresentato, in cui solo la pittura è in una posizione di forza. Tutto il resto è messo in discussione. Barbara Pietrasanta forse, ha scelto la strada più difficile, forse la più vulnerabile. Ma l’unica lungo la quale è impossibile barare.

Maria Annaloro

“Così, senza sogni” Olio su tela

Il corpo nudo di una donna. È rivolta verso il mare e quasi ne prende le sfumature.
C’è tutto un significato nel raffigurare qualcuno di spalle. Celare il viso, che tradirebbe sentimenti e motivazioni, il guardare verso l’infinito, il mare di nebbia di un manifesto della pittura romantica iconico perché simboleggia Il viaggio dell’uomo nella vita. L’uomo si regge a un bastone, Le illusioni che gli permetteranno di affrontare l’ignoto. Questo è il quadro di Kaspar David Friedrich. Ma la donna raffigurata da Barbara, non ha più illusioni. E´ nuda, di fronte alla vita, e a quello che succederà, mai connessa al sublime a quell’insieme di sensazioni che si trovano di fronte allo spettacolo della natura. La mostra trova una naturale collocazione nell’Acquario e Civica stazione di Milano.
Barbara Pietrasanta vanta una lunga carriera anche se è giovane: è molto conosciuta e apprezzata nell’ambiente artistico, ed è difficile dare un nome al suo lavoro che anche se figurativo, si avvale di simboli e messaggi. Si serve di grande tecnica e di grandi contenuti, espressi con una eleganza e una raffinatezza che la distinguono dalla massa dei pseudo-artisti, che popolano l’ambiente dell’arte.
Nelle sue ultime tele, abbandonato il colore che in America, negli anni 80, aveva caratterizzato la sua opera, le sue tele sono dominate dal colore-non solo colore, Il bianco, il grigio, il beige, che sottolineano molto di più il pathos dei temi trattati.
Donne, donne sole, tra le lenzuola, con accanto una tazzina di caffè, che accentua la solitudine e la tristezza della giornata da sola, con le proprie problematiche, lì fra le lenzuola stropicciate, simbolo di una notte passata in una solitudine agitata da pensieri non positivi.
L’uomo non c’è in questo mondo popolato da donne che hanno perso un punto fermo, la stabilità, che l’altro può dare, e affrontano le tempeste della loro vita con la forza la tristezza che una donna sola sa affrontare. Qualche figura maschile è presente, ma sotto l’aspetto di gay o di transgender. Qualcuno potrebbe obiettare che Barbara vuole umiliare la figura maschile, ma la verità è che quel qualcuno non ha saputo leggere il suo messaggio.
Barbara protegge gli ultimi, quelli che la vita si diverte a umiliare. Ne è la prova il quadro su Pasolini, che mostra un ragazzo di vita, seduto a terra. E Pasolini? È lì, in quel paio di occhiali da sole neri , che lui usava come difesa contro gli sguardi troppo pesanti di chi lo giudicava senza conoscere la bellissima delicata anima di questo grande poeta dei nostri tempi. Un piccolo gioiello, un quaderno che Barbara comprò anni fa in Egitto. I fogli sono stati fatti a mano, bellissimi nella loro colorazione naturale. È stato per molto tempo chiuso in un cassetto; poi un giorno Barbara ha lasciato che la sua mano vi scrivesse pensieri, vi disegnasse sopra, creando quei “pensieri liquidi” che ne hanno fatto un carnet d’arte. Una delle installazioni curate da Barbara è la sua Via Crucis, un affresco nella chiesa Sacra Famiglia di Cinisello Balsamo, che ha la sua riproduzione a grandezza originale alla parroque Jesus Divin Maestro ad Ahuacho, Perù. Il suo è un mondo senza confini e limiti nel quale si muove, si confronta con tutte le popolazioni. Come dovrebbe essere per tutti, e non rimanere chiusi nel proprio recinto, senza sapere si cosa si muove fuori da esso. In Italia, alla Farnesina è presente con una scultura, un suo dipinto è un museo della permanente di Milano, di cui è vicepresidente. Hanno scritto di lei giornalisti ed importanti uomini della critica d’arte. Il mio è solo un omaggio alla donna che ha fatto della sua vita un capolavoro d’arte, di coerenza, di ricerca, lanciando stimoli e grandi messaggi alle donne che pensano di non avere più un motivo per riemergere dal naufragio della propria vita, e che l’unico salvagente consista nella forza e nella volontà di reagire, e di darsi degli scopi nella vita.

Claudia Migliore

L’artista con Claudia Migliore e Mauro Mariani

“Naufraghi e naufragi”

Il titolo è emblematico, la mostra in Acquario e Civica Stazione Idrobiologica trova la sua collocazione ideale.
L’artista è Barbara Pietrasanta, non ha bisogno di presentazioni, nel panorama artistico è nota, pittrice, docente e molto molto altro.
La sua carriera artistica è lunga e credo che in questa mostra abbia trovato la sua completezza, e per il tema trattato, e per il raggiungimento di una tecnica fatta esclusivamente di grandi tele ad olio. Il pathos viene raggiunto rapidamente, guardando i dipinti il climax è ai massimi livelli, all’apparenza senza il minimo sforzo.
Le tele assumono, agli occhi di chi le guarda, una finestra aperta, non solo sulla metafora della vita, ma soprattutto sulla propria esistenza, i naufragi e i naufraghi siamo noi. Le derive delle nostre vite, del nostro essere sono espressi con sapienza, e ben riflettono gli stati d’animo che ciascuno di noi almeno una volta nella vita ha conosciuto. Non è obbligatorio essere un migrante, anche se di fatto siamo tutti migranti attaccati al salvagente chiamato vita, che spesse volte ci abbandona, ci allontana, ci lascia senza fiato.
L’artista esprime un sentimento che difficilmente ammettiamo pubblicamente, il galleggiare a livello di sopravvivenza in un contesto quale quello attuale, che molto toglie e nulla lascia. Le sue tele sono un urlo, un desiderio di riscatto profondo.
L’utilizzo dei colori ad olio aumentano questa sensazione, sono il leitmotiv di un pensiero ricorrente, l’IO di ciascuno di noi che cerca una via di fuga, se non di redenzione, almeno da questa che chiamiamo vita.

Personalmente ho amato tutte le tele di Barbara, questi fondali che molto svelano dell’inquietudine, della incapacità, della impossibilità fisica che proviamo messi difronte alle avversità che possono capitarci, ma allo stesso tempo i suoi dipinti lasciano intravedere la possibilità di farcela, di crederci.
Troviamo tutto nei dipinti di Barbara Pietrasanta, il suo essere artista in un’epoca quanto mai come ora difficile, il suo essere donna, le sue capacità di resilienza, il suo sapere restare sempre attenta e vigile ai mutamenti che possono accadere, e non è facile, pittoricamente, trasporre tutto questo su una tela, soprattutto quando é bianca, muta, quando devi fare in modo che la tela diventi parte di te e ti possa raccontare.
Le tele di Barbara Pietrasanta raccontano molto di noi, guardarle e rispecchiarsi è facile, immedesimarsi è un tutt’uno, i colori ti catturano, non c’è nessuna teatralità, i suoi lavori ti aprono la mente e capisci quanto siano reali e veritieri, con un compito preciso: riappacificano il nostro animo. Si, questo è quello che accade guardando le tele di Barbara, nessuna angoscia, semmai il contrario, la luce e la speranza, presenti in ogni tela, emerge prepotente.
È un segnale potente, e lo spettatore non può non coglierlo, Barbara ti spinge ad osservare, a guardarti dentro, e il viaggio per molti doloroso, per altri dolce, ha comunque un lieto fine, non rimaniamo abbandonati a noi stessi, la fune che vediamo dipinta è il fil rouge che lega la mostra, un filo rosso che ci unisce, non si spezza, anzi, di tela in tela è sempre più forte e rafforza in noi la voglia di farcela.
Quindici tele, la maggior parte di grande formato. 
Personalmente avrei voluto ce ne fossero altre, un invito quindi a continuare,  a non fermarsi,  perché come sosteneva Marshall McLuhan il medium è il messaggio, la pittura di Barbara Pietrasanta è proprio questo.
L’elemento liquido seppur presente, passa in secondo piano rispetto al messaggio lanciato dall’artista, l’acqua diventa un pretesto, il testo è il viaggio dentro di noi, un viaggio che dura anni, che ci vede a volte sconfitti, a volte vincitori, ma soprattutto ci fa sentire vivi, reali, attaccati più che mai a quelle poche certezze che ci restano ma che sono fondamentali per andare avanti.

Charles Baudelaire scriveva: „L’impegno è quello che all’opera occorre, ma l’Arte è lunga, breve è il Tempo.“ Barbara Pietrasanta invece, ha portato a suo vantaggio proprio il Tempo il quale è stato prezioso e proficuo, e la sua Arte ne ha giovato appieno.
Una mostra raffinata, che ci svela parecchio dell’artista, del suo mondo, del suo modo di raccontare pittoricamente l’esistenza umana, e l’artista ci riesce molto bene. Una mostra che merita non solo di essere vista, deve soprattutto essere “ sentita”, “ascoltata”, perché parla di noi.

Roberto Scarpetti

Mostra all’ Acquario Civico Milano

Il Naufragio può essere una metafora forte e drammatica, applicabile a molteplici aspetti della vita di ognuno di noi, sia nella sfera intima, privata, che in quella pubblica. Naufragi personali o naufragi collettivi.
Il naufragio di questo occidente che sembra alla ricerca di una nuova identità. Di una nuova anima. O il naufragio del pianeta terra che non siamo stati in grado di salvaguardare. Il naufragio delle nostre vite improvvisamente cambiate dalla pandemia.
O il naufragio di una cultura sempre più alla deriva. Piccoli naufragi quotidiani, o grandi naufragi sociali.

Eppure, lasciando da parte il gioco delle metafore che gettate così al vento rischiano di banalizzare un po’ tutto, credo che più che i nostri destini amorosi, culturali, sociali, siano i nostri corpi a far le spese di un naufragio.
Non è un caso che l’accento nel titolo della mostra di Barbara Pietrasanta stia sulla prima parola: Naufraghi. Ed è questa parola a rimanere più impressa, al punto che sull’evento del naufragio in sé si può anche sorvolare. Quel che conta è il dopo, sono i corpi che sopravvivono ai vari naufragi, metaforici o reali che siano.
Ed è su questi corpi, sui nostri corpi, che si disegnano i destini del mondo, come un tatuaggio che non abbiamo voluto, come qualcosa impressa nei nostri occhi, nei solchi delle rughe sui nostri volti. Il naufragio come un destino che rimane marchiato sui corpi dei naufraghi. È questo che mi evocano le opere di Barbara Pietrasanta, nella collezione di “Naufraghi e naufragi”. Corpi di donne che emergono dal mare o sul mare abbandonate, donne senza alcun vestito, o con solo una sottoveste resa trasparente dall’acqua, donne su spiagge accecanti come accecante è il mare. Volti di donne attraversati da una calma che a me appare come un’indecifrabile speranza. E un solo uomo, forse, l’unico a non esser sopravvissuto al naufragio.
Queste immagini mi spingono a pensare che niente possa contare oltre ai corpi, i nostri, quelli dei veri naufraghi, o quelli dipinti da Barbara. E così non importa più cosa sia accaduto prima, non importa fino a dove ci abbia spinto il mare. Non importa il motivo, o la dinamica, e nemmeno la tragicità del naufragio. Quel che conta è la condizione di naufrago. È il dopo. Il dopo come una grande opportunità che non bisogna lasciarla sfuggire tra le mani.
In una delle domande che Barbara mi ha posto per il video della mostra mi chiedeva cosa succede il giorno dopo il naufragio.
Ecco, io credo che il giorno dopo il naufragio sia tutto diverso perché è diverso il modo in cui percepiamo le cose attorno a noi. Il naufragio ci obbliga a guardare il mondo con uno sguardo nuovo. E cambiando lo sguardo, cambia la nostra percezione della realtà che ci circonda.
Il giorno dopo il naufragio non conta più il prima, non conta il naufragio stesso, conta unicamente la condizione in cui siamo, ognuno di noi, tutti naufraghi, ciascuno con la sua storia unica e personale, ciascuno diverso, ma tutti nella stessa condizione. Una condizione che ci rende anche solo per un momento simili, e che può essere forse l’unica via per capire o sentire gli altri.

Roberto Scarpetti

Elisabetta Polezzo

Elisabetta Polezzo
Con Elisabetta Polezzo all’inaugurazione di “Naufraghi e Naufragi all’Acquario Civico di Milano

Il naufragio è un evento violento.
L’etimologia stessa della parola ne è la conferma. Navis frangere è inequivocabilmente riferito a qualcosa che si spezza, che si rompe, che viene distrutto. Naufragano le navi ma anche i sogni, le unioni, i progetti.
Nella storia dell’uomo – di cui la navigazione è parte essenziale -moltissimi sono i navigatori ma altrettanti i naufraghi, figure tipiche e ancor più topiche strettamente correlate al fallimento in mare.
Uno fra tutti, forse il più famoso, è Odisseo. Punito da Poseidone per averne accecato il figlio Polifemo, Odisseo l’ingegnoso, il luminoso, il ricco di risorse, approda semi sommerso dalle onde del mare – con la sua zattera di fortuna – sulle spiagge di una terra sconosciuta e straniera. Qui, soccorso e accolto dal popolo dei Feaci e in primis dalla sua principessa, Nausicaa dalle belle braccia, l’eroe ha modo di operare una sorta di rinascita. Nel corso di un banchetto, ad Odisseo viene chiesto di narrare le vicende della caduta di Troia e raccontando di se stesso, egli si ricostruisce. Quello che la violenza del mare ha tolto, la potenza della parola restituisce potenziato, pulito, consapevole. Il fallimento del viaggio, il suo spezzarsi contiene già i semi della rinascita, la germinazione di una nuova vita, una nuova meta. Il ripetersi costante in tutta la letteratura mondiale del tema dell’affondamento in mare, dell’inabissarsi tra le onde, parla da sé dell’importanza simbolica di questo avvenimento. Da Omero a Conrad, da Shakspeare a Defoe, passando per la cultura persiana con Sinbad o per quella ebraica con Giona, la nostra è una cultura talasso centrica. Il mare divide e unisce allo stesso tempo, indifferente al destino degli uomini. Perfino all’inizio della vita, per molti di noi, il rito che suggella il nostro affacciarci nel mondo riproduce simbolicamente un annegamento, un essere sommersi dall’acqua per poi riemergere. In fondo il battesimo cristiano altro non è che l’eterna rappresentazione di una fine, messa in scena per essere sconfitta da un inizio. Si viene sommersi soltanto per riaffiorare dopo aver sperimentato e sconfitto la morte.
La lettura dei significati simbolici del viaggio per mare spezzato e interrotto, di cui possediamo l’alfabeto – così come ci è stato consegnato dalla scoperta della psicanalisi – non ci rende certo meno fragili o vulnerabili. Le onde del mare sempre rischiano di sommergerci, quale che sia la nostra consapevolezza di esse. Il simbolo non necessita di ulteriore conoscenza. Parla da sé, da sempre con invariata potenza.
Così succede per le opere di Barbara Pietrasanta. Parlano da sole e nessuna spiegazione le contiene o le giustifica. Le sue donne, vestite con essenzialità, coperte dagli indumenti molli che la vita e la tempesta hanno loro lasciato, hanno sguardi di chi ha molto visto e molto sofferto. Sono di una bellezza livida e segnata ma non sono vinte, abbandonate al loro destino. Hanno mani che si aggrappano a corde, si tengono connesse tra loro. Una certa sorellanza le unisce e, mi piace pensare, le salva. Il mare non ama le donne.
Sono sempre maschili i corpi che, sopravvissuti alla sua furia, vengono risputati a riva, stillanti di acqua salata. Sono sempre di uomo le voci che urlando tentano di sovrastare quella, mille volte più potente, della burrasca di mare. E certo non sono femminili le mani che governano le navi, le direzionano verso una meta.
Laddove in genere il naufrago è un uomo, esse sono invece le protagoniste di qualcosa che le ha viste testimoni. Lo si vede, lo si capisce dalla postura dei loro corpi, dalla loro posizione nello spazio. Invece di scrutare ansiosamente l’orizzonte in attesa del ritorno della nave che riporterà loro l’uomo amato o qualcos’altro di prezioso – come da secoli ci si aspetta facciano le donne – queste femmine la nave l’hanno vista cedere sotto ai loro piedi. L’hanno sentita inabissarsi al largo e sono stare risparmiate. La corda le ha unite e salvate. Una corda che probabilmente ha scorticato il palmo delle loro mani ma che pervicacemente, testardamente ma con tenerezza anche, esse ancora stringono.
Il naufragio, che comincia in superficie ma si compie nell’abisso profondo del mare, che dopo aver provocato concitazione e urla termina in un silenzio profondo e definitivo, quel naufragio stesso diviene, nelle opere dell’artista, memoria e ricostruzione. La ricostruzione di noi stessi ci costringe a dirigerci altrove. Terra ferma, altre mete.

Elisabetta Polezzo

Diego Pasqualin

Diego Pasqualin
Inaugurazione a Studiodieci

“Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio
e il naufragar m’è dolce in questo mare.”
(Giacomo Leopardi, L’Infinito)

Risacca. Proprio così. Mi lascio trascinare dalla risacca delle onde, da quel tormento che non conosce tregua, in un continuo moto che arretra e avanza, risucchia e mi schianta, infrangendomi, contro a dell’altra acqua. A malapena riesco a prender fiato perché, in quel movimento, non vi è bussola o appiglio, perché al suo interno si cela l’eterno. Così il rumore si fa ovattante silenzio, e viceversa. Ancóra: risacca. Àncora: risacca.
La voce per l’aria s’impreme senza inondazion d’aria, e percote nelli obbietti e ritorna  indirieto alla sua causa.
Le percussione de’ corpi liquidi co’ densi son d’altra natura che le percussion predette. E le percussioni de’ liquidi co’ liquidi ancor si variano dalle percussioni antecedenti. Le percussion de’ densi co’ liquidi se n’è veduta sperienza nelli liti marini, li quali ricevano le acque contro alli lor sassi e li spingano infra le erte spiagge; e spesse volte accade che ‘l corso dell’onda non è ancora ammezzato, che le pietre da quella portate ritornano al mare onde di partirono; la riuna delle quali è aumentata colla potenzia dell’onda che ricade dalle alte spinge. 

Alla deriva. Sulla terra. Sul mio corpo. Sulle tue labbra. Nella cultura. Nei sentimenti. Nel futuro. Sono un naufrago: un sopravvissuto che l’esistenza ha restituito prima che decida di riassorbirmi, per l’ultima volta, in quell’andirivieni dal quale provengo. Tra quelle onde che sono i miei giorni, trovo le immagini create da Barbara Pietrasanta e tra quei colori stesi sapientemente, ritrovo anche qualcosa di me, qualcosa del mare e qualcosa che mi invita a proseguire.

Dove inizia la fine del mare? O addirittura: cosa diciamo quando diciamo: mare? Diciamo l’immenso mostro capace di divorarsi qualsiasi cosa, o quell’onda che ci schiuma intorno ai piedi? L’acqua che puoi tenere nel cavo della mano o l’abisso che nessuno può vedere? 
Diciamo tutto in una parola sola o in una sola parola tutto nascondiamo? Sto qui, a una passo dal mare, e neanche riesco a capire, lui, dov’è. Il mare. Il mare. 

Inizio col raccogliere un frammento di corda, anch’essa restituita dal mare. La salsedine l’ha irrigidita e sfibrata; è ruvida e la lascio scivolare sulla mia pelle perché, nel suo abradere, ho la speranza che porti via anche qualche cosa d’altro, che ho affogato dentro di me, in quegli oscuri fondali che un po’ mi accomunano a quel mare dentro. Come dopo il naufragio ci sono scelte da affrontare, decisioni, nuove ancore da costruire e indipendenze da recuperare. Sono presente e assente nel medesimo tempo, un oceano nel cuore e nei pensieri, ma i piedi sulla dura terra; così come le due ragazze del dipinto, con le quali è impossibile pensare di poter parlare. Quel frammento di gomena che una delle due stringe tra le sue mani, mi pare esattamente quello che sento aggrovigliato nel mio petto mentre, quella in piedi, mi mette di fronte all’indecisione di compiere quel passo in avanti che entrambi vorremo, ma che forse, non compieremo mai. C’è sempre quella corda che mi protegge e mi limita. Perché io non sono una venere Anadiomene e, Se ci fosse il mare non ritroverei la mia verginità, ma il mio silente lato infantile, probabilmente, userebbe quella stessa corda, che ancora tengo tra le mani, per iniziare un tiro alla fune tra Me e Me. Ci sono altri Effetti personali sulla battigia, anche il mare, a volte, sembra indeciso: spinge avanti attraverso l’onda frangente e riporta a sé, recuperando nella risacca, quello che ancora non è pronto a lasciare andare.

Comu mare ca fatica
Cu nu lassa terra soa 

Guardo verso l’orizzonte, se è vero che bisogna tornare per poter ripartire, io mi trovo a dover scegliere se salire su La nave di Delo o su un pattino di Salvataggio. Dopo L’ultimo naufragio che l’intera umanità si è trovata a vivere, ho capito che non vi è terraferma sicura perché “Come sul capo al naufrago, l’onda s’avvolve e pesa”, così mi accorgo che tutto intorno a me è alto mare. Mi perdo nelle onde che creo nella mia tazza di caffè,
la stessa bevanda tanto cara a Pietrasanta che, nei suoi “Risvegli”, aveva anticipato, invertendo l’ordine, di quella che potrebbe essere una risposta ai “Naufragi”, dove gli esasperati panneggi dei lenzuoli, ora appaiono ai miei occhi come il fragoroso incresparsi delle onde che si sarebbero stagliate contro le nuove tele di questa raffinata artista. Con ancora in bocca il sapore dell’espresso cerco di aprire bene gli occhi, come dopo un sonno che, però, non ha ristorato le mie membra, ma le ha atrofizzate nell’attesa di potersi destare e tornare ad essere. 

Guardo verso l’orizzonte; guardo verso la riva e non vi è più solo mare perché Il Mare è solo un pretesto per Pietrasanta. È il Mondo che questa pittrice vuole invitarmi ad osservare. La nave dell’io è adagiata sul fondo delle acque che hanno sommerso o, forse, reso visibili i fondali inquinati della società e, la traversata di questo momento storico, ora è carica di quella stessa speranza che potrei rinominare Lampedusa
Forse la risposta è proprio in quel movimento di risacca: non è un semplice guardare indietro, ma ripercorrere una strada a ritroso, per impararne i limiti e gli ostacoli, per offrire una seconda possibilità al frangente e, questa volta, non naufragare, ma approdare su una nuova Terra.

Diego Pasqualin 

Patrizia Raveggi

Con Patrizia Raveggi alla collocazione della scultura “Don’t look inside” nella Collezione Farnesina.

Barbara, che da Milano attraverso New York da anni sferra le sue risposte (o scaglia i suoi interrogativi: Why? Where? Who? sparsi nella recentissima opera “15 words and a red dot”) ripetendo i temi che l’ossessionano, contro il collasso, la frana, la cancrena con cui il volto della societa’ si manifesta, usando il (proprio o altrui) corpo per filtrare l’attualita’ (la catastrofe epocale incarnata nelle due gemelle di “11 settembre”, la bellezza classica su cui incombe ineluttabile violazione, nella silhouette rinascimentale di “Petrolio”; lo straniamento, spaesamento, solitudine, nel travestito di “Leslie”, la doppiezza nei due profili affrontati (l’angelo della storia di Benjamin?) di “Senza titolo”; la crudelta’ di chi ci e’ vicino, ci giudica e condanna nella farfalla trafitta di “Condominio”) o per ritrarre il rigoglioso respiro del consumismo (il busto leonardesco di Icona 1) unendolo alla natura ed alla storia (“Oltre il muro” Beyond the wall).
Nel filo delle trasformazioni, nel maturarsi ed ampliarsi della sua gamma creativa (senza esitare ad usare la tecnica dell’affresco, oggi assai poco frequentata, in un imponente ciclo dedicato alla Via Crucis) e’ riconoscibile la continuita’, il senso del complicato e del molteplice, del relativo e dello sfaccettato che determina in lei un’attitudine di perplessita’ sistematica.
Da sempre le opere di Barbara si possono agevolmente leggere in chiave narrativa, ci sono sempre uno o piu’ personaggi – o parti di personaggi- in scena, al centro o ai margini, quella di Barbara non e’ una visione dell’assenza, evita le sfumature ermetiche, si indirizza ad un’espressivita’ il cui apparente realismo si filtra tuttavia di memoria o nostalgia, di un sottile pervasivo senso di precarieta’.
L’atteggiamento distaccato, al tempo freddo e struggente, lo sguardo deluso dai rapporti con il mondo che equivale ad uno scacco sul piano pratico, si rivale sul piano della trasfigurazione lirica: Barbara intinge in coloriture indiane lo sfondo di un (auto?) ritratto concepito quando, correva l’anno 2002, l’India era evocata come un’ipotesi dell’irrealta’. All’ India dedica “Ovulation”, connubio fantastico della Dea Kali (in una mitigata versione ad uso occidentale) e simboli di fertilita’, muovendosi cosi’ con fermezza e con largo anticipo verso l’auspicato incrocio e fusione.
E’ stato osservato che, volendo a tutti i costi etichettare l’arte contemporanea, la si potrebbe definire come un progressivo processo di disidentificazione e sradicamento rispetto alle proprie tradizioni, un continuo strapparsi dalla propria radice, “nella consapevolezza che la propria radice e’ paradossalmente questo stesso strappo”.
Il senso del cammino e’ dunque proprio in questo volontario strappo finalizzato a procedere verso una civiltà fatta di intrecci, incontri e scambi continui tra sponde, popoli, culture, individui, tra colori e suoni diversi.
Come le storie narrate, cosi’ le opere d’arte non possono essere chiuse nei limiti di un unico orizzonte; le culture e le tradizioni sono sempre luoghi di traduzione e di trasformazione e di transito, luoghi – fisici o immaginati – in cui si possono tracciare diversi percorsi in un mondo differenziato, eterogeneo.

Maria Torelli

Con Maria Torelli e Salvatore Sebaste all’inaugurazione della mostra a Metaponto Rassegna “Luglio in Cultura” Ass. Culturale La Spiga D’oro, luglio 2010

Barbara Pietrasanta o il Rinascimento desaturato.
Una narrazione totalmente obiettiva non esiste, e non esiste nemmeno opera di fantasia che sia del tutto slegata dalla realtà. La consapevolezza di questa contaminazione si scorge negli olii di Barbara Pietrasanta, che raccontano il mondo senza false retoriche. L’uso di alcune tecniche della comunicazione pubblicitaria e visibile, non per questo prevaricante; pittosto è la fotografia che si fa “ancella” della pittura e in tal modo ci fa apprezzare ancora di più la capacità tecnica dell’artista. Il tratto gioca con la sua abilità nel riprodurre realisticamente il mondo, con un registro che potrebbe dirsi cinematografico, documentaristico: campi delimitati da rette come nelle striscie dei fumetti o nella fotocomposizione di una pagina di rotocalco, ma anche come espediante già usato dai miniatori di manoscritti; la differenza è tutta nel concetto di pari dignità che per questa pittrice ha ognuno dei segmenti della storia raccontata; riquadri – come quadri nel quadro, dunque – che sembrano riproporre gli “scompartimenti” mentali in cui le sensazioni e i ricordi vengono riposti in una immaginaria soma di tutte le loro possibili combinazioni. Gli edifici sono derivazioni architettoniche appartenenti più alla Metafisica, con I loro scorci inquietanti ( come nei quadri “Salto” e “Il condominio”) che semplice sfoggio di abilità tecnica nel disegno. Vi è spazio anche per rimandi all’optical art, ad Escher, in composizioni in cui il grigiore della vita moderna brulicad’insetti, veri padroni delle nostre città, o in momenti di più amara ironia in cui le braccia umane sembrano di volta in volta lottare o stringersi, fondendosi in tinte livide come il metallo di una statua. Lo studio della monocromia, l’utilizzo di colori freddi ma sempre nella loro luce più attutita, mettono a fuoco immagini dal netto realismo in cui domina comunque un sottile riferimento magrittiano: oggetti di uso commune dotati all’improvviso di un’anima spaesante, comunissime “cose” che, per il solo fatto di essere fuori dal loro contesto, acquistano un peso straordinario. Mediante questo accorgimanto l’artista fa rivivere l’antico enigma del ritratto rinascimentale. Nei ritratti di Leonardo Da Vinci, di Raffaello, di Piero Della Francesca, il simbolismo degli oggetti presenti suggerisce il mondo interiore dell’uomo della donna: Barbara Pietrasanta si riappropria di questa tecnica e ne amplifica i particolari, li riproduce con precisione quasi fotografica per consegnarceli puri nella loro inspiegabilità. Come un reportage che congeli l’attimo ed esplori tutte le possibilità pratiche e teoriche del suo universo di significati semiologici. Non a caso è umanistica l’attenzione posta al rapporto fra uomo e natura, è laica la ricerca di valori etici che siano validi per una società multietnica come quella che in queste opere ci viene raccontata. Ed il rimando a un retroterra classico, sempre ricondotto alle esigenze e al sentire contemporaneo, è anche nell’indagine sul nudo, fisico e spirituale: cosa significa – ed è ancora possible – essere veramente nudi in una civiltà come quella contemporanea? Questi non sono corpi di modelle che vogliono venderci qualcosa, sono uomini e donne che si offrono a noi nel momento in cui, per solitudine, per prostrazione, ma anche per autoconsapevolezza, hanno da offrire non bellezza, né competenze tecniche, né potere, ma solo quello che sono. Protagonisti di odissee metropolitane che si svolgono nei “condomini”, fra i container di un porto industriale, o nel silenzio di un proprio io. Il vuoto dunque che parla, che porta, come nella meditazione o nella preghiera (per esempio in opere come “Ovolution”, “Meditazione” e “Petrolio”) ad un confronto con I limiti dell’uomo o con la divinità. E’ un’umanità che attende qualcosa mentre svolge le proprie azioni quotidiane, mentre gioca a biliardo con la propria vita. Le opere di Barbara Pietrasanta hanno un sentimento metafisico di straniante attualità, mostrano I fantasmi del reale che ci camminano accanto: misteriosi e a volte drammatici, ma mai cupi. Forti di un equilibrio formale e diu un gusto del paradosso per cui svestire di orpelli significa arricchire di echi e riflessi ogni imagine. Scavo profondo nelle pieghe interiori di un’umanità intense e dignitosa anche nel proprio smarrimento.

Vanna Mazzei

Barbara Pietrasanta con Vanna Mazzei all’inaugurazione della mostra “Ruotando” al Linear Ciack Milano

Nel labirinto della femminilità. Oggi, di fronte ad un consapevole e accettato tramonto della vita, mi scopro a riflettere con un sentimento nuovo su un tema che in gioventù, nel pieno di una femminilità agita, ho affrontato in modo superficiale e scontato e che mi aveva appena e superficialmente colpito Un’occasione particolare mi ha proposto una riflessione intima e personale sull’argomento: l’incontro con l’arte di Barbara Pietrasanta. E’ stato un incontro casuale? Forse, tendo a pensare che nulla avviene per caso, o meglio che noi osserviamo e siamo colpiti da ciò che in quel momento urge ed è già presente dentro noi stessi. Quando mi sono soffermata ad osservare i quadri di Barbara mi è venuta prepotentemente alla mente una parola: femminilità e subito un caleidoscopio di aspetti e sensazioni mi ha immerso nella ricerca di un’impossibile spiegazione del senso di questa parola e dell’eros che inevitabilmente esprime. Dai quadri che osservavo emergeva una storia che mi parlava e mi intrigava nella quale mi riconoscevo come donna e come femmina. Colori scuri accanto a pastelli chiari, ombre generate dalla luce, un gioco di contrasti che occhieggia ad un mistero, braccia raccolte a difendersi, nascondere e lasciare intuire un fascino femminile ambiguo e ammiccante che non si esprime tanto nell’avvenenza fisica quanto traspare da un eros antico, archetipico; mistero avvolto nel gioco di ombre e luci inattese e intense, una dimensione intima racchiusa nel muoversi di un velo nero.Ma la femminilità non è solo inclusione, appagamento e abbandono, racchiude in sé tutta la complessità della vita che lei stessa è capace di dare. Nel femminile emerge prepotente la volontà di prendere, afferrare, racchiudere in sé e determinare la propria sorte nella consapevolezza che nelle proprie mani si dipana il destino del mondo che un’atavica forza racchiude nell’ambiguità del mistero della femminilità. Lo sguardo è serio, diretto e intenso; i pugni chiusi per prendere, afferrare, affermare e affermarsi, perché quelle mani racchiudono e difendono la vita, perché in quelle mani si dipana il destino del mondo e lì è la soluzione. E in qualche parte, laggiù, lontano dove si potrebbe afferrare e svelare il senso, dove gli eventi hanno un loro evolversi nell’asperità della vita, dove l’unione crea futuro e fantasmi, là dove il mistero si apre all’eros e alla vita, laggiù dove tutto si svela, dove sappiamo che l’attesa avrà termine, nella Parigi simbolo di amore, sangue e rivolta, laggiù non ci sarà spiegazione perchè intanto a Parigi dormono. Un abbraccio ambiguo, protettivo e mortale che pare dire: “ Vieni, ti avvolgo, ti chiudo in me e ti porto in un mondo oscuro e sconosciuto, ti includo e ti trascino nel mistero infinito che unisce uomo e donna.” Poi ti lascio e mi abbandono. Fragilità e languido appagamento in un letto sfatto dove il senso della vita è immediato, dove niente resiste del passato, niente si aspetta dal futuro. “Ora e non prima” è il senso, l’attimo in cui si palesa il significato e il valore fra sogno e realtà. Accanto restano trascurabili frammenti, simboli di un amore ricevuto, conquistato, di una femminilità che contemporaneamente si offre e rapina. E se la vita è rappresentata da trascurabili frammenti è in quelli che ci esprimiamo maggiormente, è in quelli che siamo veramente noi stessi. Disperazione e ironia, mistero e dubbio, cattiveria, tenerezza, sofferenza e passione, forza e languore scandite in un ritmo dove la ritrosia si mescola alla spudoratezza dei sentimenti ben oltre la patina della bellezza in una inafferrabile solitudine. Mistero Forse è indispensabile per la femminilità che il suo mistero non venga svelato. In uno sguardo schiudo il mio mistero Nelle mie mani plasmo il mio destino Ti amo? Forse Ti lascio? Forse Ti voglio? Forse Ti prendo? Forse Sfido la vita.

Dario Rivarossa

Dario Rivarossa

Sono pochissimi gli artisti nel nostro Paese che sappiano ancora utilizzare la tecnica con cui Giotto e Michelangelo realizzarono capolavori assoluti. Tra i rari maestri che hanno conservato gli antichi segreti dell’affresco, troviamo personaggi assai diversi per formazione e stile. In comune, hanno la ricerca di Dio e l’attenzione all’uomo.

Chi, alla fine del Quattrocento, avesse cercato di intervistare Michelangelo mentre dipingeva la Cappella Sistina, si sarebbe trovato di fronte a un omaccio abbruttito con la barba ispida, che lo avrebbe cacciato fuori in malo modo. Ma i tempi sono cambiati. Oggi, chi volesse incontrare l’autore degli affreschi nella chiesa della Sacra Famiglia a Cinisello Balsamo (Milano), scoprirebbe che si tratta di un’affascinante quarantenne, che si è formata in America e alterna l’amore per l’arte al lavoro in un’agenzia pubblicitaria. Si chiama Barbara Pietrasanta, ed è una delle pochissime persone in Italia a saper ancora fare il “buon fresco”: tecnica lunga e difficile, che perciò rischia di estinguersi proprio in Italia, dove ha dato il meglio di sé nei secoli passati.

Perché questo interesse per un modo di dipingere che sa di Medioevo? «Sembrerà strano», risponde Pietrasanta, «ma tutto è nato con il mio approdo a New York nel 1984. Dopo la mia prima mostra di quadri laggiù, sono stata contattata da un affrescatore di origini molisane, che aveva aperto una scuola. Aveva bisogno di un assistente per realizzare un enorme affresco in un locale del Connecticut, che riproducesse una serie di paesaggi del Canaletto. Era una tecnica che non avevo mai affrontato: l’ho imparata lavorando a bottega da lui. Già, perché negli Stati Uniti l’affresco piace, e viene utilizzato non solo nelle chiese, ma anche nei bar».

Armando Cattaneo

Armando Cattaneo

Don Armando Cattaneo.-” Pietrasanta non è autrice di arte sacra. Ma di intensa umanità certamente sì – rifletto tra me- e da quando Dio s’è fatto uomo…nulla è più sacro dell’umanità e nessuna arte è più sacra di quella che sa dare gloria all’uomo vivente”.
Le metto tra le mani il testo del vangelo secondo Luca e lei mi spalma quelle parole succose e “nuove” tutt’intorno a una figura imponente di donna e di madre. Insieme Eva e Maria. Pura teologia visiva!
Un giorno lei mi confida che desidera lavorare a fresco, ricuperando la più nobile e duratura tecnica di pittura di tutta la storia; quella che ha colmato l’Italia di capolavori: dalla Cappella Brancacci di Masaccio alla Cappella Sistina di Michelangelo, dalla Basilica di San Francesco di Giotto, alle Stanze Vaticane di Raffaello.
Mi stupisco e non a caso: la Pietrasanta infatti è oggi l’unica donna in Italia a dipingere a fresco. Dopo averne imparata la tecnica dove? A New York, of course! Perchè nella sua patria nessuno più la insegna!
Colgo l’attimo fuggente e propongo un “lavoretto” nella chiesa parrocchiale Sacra Famiglia di Cinisello, che nel frattempo era diventata la Chiesa di cui sono Parroco.
L’architettura certo non ne è esclusa. Nessuna opera è d’arte, secondo me, se non ha doti architettoniche! Ma lei la recupera all’interno di una spazialità nuova, determinata appunto dall’abitudine al quotidiano messaggio pubblicitario più che dall’andamento classico, ormai introvabile nel ritmo della vita metropolitana.
Il sacro è un recinto stereotipato e ripetitivo, chiuso e conservatore. Gesù Cristo ha patito i “sacer” doti schierati a difesa del “sacer” sistema. Barbara semplicemente lo evita, vola più alto.


Conosco Barbara Pietrasanta grazie ad un comune amico, a Milano, a un passo dal Duomo.
Vedo alcuni suoi dipinti dalla corporeità prorompente e stranamente mi fanno pensare all’interiorità. Osservo in essi scene desolate e vi colgo dignità. Vedo volti degradati dalla solitudine, logorati dal male di vivere e intuisco in essi voglia di riscatto. Un paradosso.
Così decido di scommettere e le affido un lavoro. Ma non si tratta di una grande parete. Troppo facile. No, offro a Barbara quattordici pilastri di cemento armato, con superfici utili di 40 centimetri di base per 160 di altezza. Non esattamente quello che i pittori sognano … Barbara non fa una piega: cosa volete che sia per una che dipinge per sfogarsi, per esprimersi, mentre il suo lavoro quotidiano è capitanare un’agenzia grafica, invasa di pubblicità, stretta tra poster e packaging? Per lei questo formato è perfetto! Lei non cerca la solenne composizione architettonica del pittore classico, ma il taglio fotografico! La sua mano dipinge ma il suo occhio fotografa e la sua mente zooma, taglia, incolla, compone.
In breve: a Barbara riesce bene pitturare questi pilastri, forse perché è più familiare con le pagine delle riviste (che sono verticali) che con la pittura classica (che usa le tele in orizzontale).
Mese dopo mese , la strada della croce prende forma e colore. Di sorpresa in sorpresa. Sì perché forse con l’intuizione tipica di donna, mentre dipinge, Barbara scrive un piccolo, prezioso testo di teologia.
La sua Via Crucis è umana e teologica insieme; cristiana ed evangelica, descrittiva e metafisica.
Barbara non era una pittrice di arte sacra prima della Via Crucis. E non lo è neppure dopo. È una donna che si appassiona al vangelo e compie il suo percorso di ricerca, come ogni vero credente è chiamato a fare. come ogni vera personalità di oggi fa.